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UNO DI NOI : PACIFICO SABBATINI jr.
Dalla Restaurazione all’Annessione
“…. Per i Montemarcianesi il Risorgimento è stato un evento del tutto accidentale”. Prova ne è la stessa lettera inviata al Commissario Regio d’Ancona, Valerio, dalla neo Commissione Comunale del 1860, a ben una giornata dalla presa d’ Ancona da parte dei Piemontesi, onde dare opportuna testimonianza “…di affezione alla causa del Nazionale Risorgimento…”. “ “Affermazione” che in pratica si tradusse nella mancata citazione di un qualsiasi montemarcianesi tra le centinaia di marchigiani che, in qualche misura, avevano dato il loro contributo all’Unità d’Italia. Ma la “ strategia di conservazione”, ravvisata agevolmente dal Meletti come “perfettamente lucida ed efficace, indipendentemente dall’esiguità dell’obbiettivo”, e che trovava compatto non soltanto il gruppo di potere ma anche il resto degli abitanti ( vedasi la difesa a più riprese del convento di Alberici, oltre che della pretura), proveniva solo in parte da un meschino egoismo della classe possidente, avendo piuttosto radici ancora più profonde nel duro rapporto di sudditanza al potere esterno, per secoli subito dalla comunità di Montemarciano. Però, a ben cercare, anche Montemarciano ebbe la sua pecora nera, ovvero un “instancabile cospiratore e prode soldato…di sincera fede repubblicana, convinto seguace del Mazzini”, stranamente dimenticato, visto che fu deputato della Costituente Romana del 1849 per la provincia d’Ancona: Pacifico Sabbatici jr, nato a Montemarciano in via di Mezzo il 28 gennaio 1804 da Pacifico e Giovanna Cassoni. Dopo aver frequentato i corsi di diritto all’Università di Bisogna, aderendo alla società segreta studentesca “La Speranza”, il Sabbatini si sottopose a tutta la trafila dei moti di Indipendenza tra il 1831 e il 1849, finendo esule a Parigi fino al 1860, anno in cui ritornò nelle Marche, rifiutando però di assumere incarichi nonostante gli inviti del commissario governativo Valerio. Trasferitosi nel 1874 a Roma, presso il figlio Giulio, avvocato, vi morì il 2 marzo 1882. La figura del Sabbatici ci consente di ripercorrere brevemente le vicende che portarono la regione all’Unità. I moti del 1831 trovarono facile esca nello Stato della Chiesa e soprattutto nell’Emilia Romagna , dove i sentimenti d’avversione al governo pontificio erano ormai ubiquitari. Più complessa era la situazione nelle Marche, con Senigallia, Loreto, Macerata e altre città per lo più fedeli al Papa. Tuttavia la creazione di un Governo Provvisorio a Bologna con la dichiarazione della cessazione del potere temporale dei Papi ,e soprattutto il raggruppamento di rivoltosi armati facilitarono l’iniziale successo degli insorti. I delegati apostolici erano costretti alla fuga e la truppa pontificia si dissolveva. Particolarmente attiva si dimostrava la colonna armata dei rivoltosi guidata dall’ex colonnello del Regno napoleonico Giuseppe Sercognani, cui si unirono uomini raccolti da Pier Damiano Armaroli, amministratore dei beni dell’Appannaggio del Comune di Monte San Vito e anche lui già ufficiale dell’ex esercito italico. Alla colonna Sercognani aderiva anche il Sabbatici con il grado di ufficiale. Il raggruppamento, definito anche “avanguardia dell’Armata Nazionale”, non trovava grandi ostacoli occupando Senigallia il 9 febbraio e, quindi, il 17 Ancona, che capitolava malgrado una guarnigione di seicento uomini. Il Sercognani proseguiva per Fermo e Ascoli, ovunque facendo innalzare il tricolore, e, forte ormai di circa tremila uomini ( tra cui anche il futuro Napoleone III con il fratello Luigi), entrava in Umbria con l’intenzione di proseguire per Roma. Il Sabbatici partecipava agli scontri della colonna con le truppe pontificie nei pressi di Bolsena e S.Lorenzino. A seguito dell’intervento austriaco, il Governo Provvisorio di Bologna, sul finire di Marzo, prendeva atto del fallimento dell’insurrezione e riconsegnava al cardinale Benvenuti le province ribelli. Alla colonna Sercognani non rimase che disperdersi. Il Sabbatici sceglieva la strada dell’esilio, imbarcandosi per Corfù, e non sembra abbia beneficiato dell’amnistia, concessa il 12 luglio a quanti dichiararono formale sottomissione. Rimpatriò solo nel 1846, a seguito di una nuova amnistia, quando Giovanni Maria Mastai Ferretti, arcivescovo di Imola, diventò Papa con il nome di Pio IX. ( “…pur restando sotto la più stretta sorveglianza della polizia, che vedeva nel nostro un irriducibile e pericoloso nemico”). Non sappiamo se altri concittadini siano stati in qualche modo implicati nei moti del 1831. Certo è che Montemarciano non diede molti pensieri al giusdicente negli anni successivi. Si segnalava, è vero, la presenza saltuaria di qualche testa calda, come l’esiliato Alessandro Fortunati, cui veniva concesso nel luglio 1840, un permesso di soggiorno di non più di tre giorni, ma al brigadiere dei Carabinieri pontifici non restava altro da fare che esercitare la dovuta sorveglianza. Dal vicario foraneo veniva reputata ben più pericolosa per i sani sentimenti dei Montemarcianesi, l’apertura di una osteria proprio di fronte alla Chiesa del Santissimo Sacramento. Il 1848 portava grandi speranze alla causa italiana e lo stesso atteggiamento del Pontefice sollevava ovunque entusiasmi, concretizzati dall’arruolamento di un gran numero di volontari per la guerra contro l’Austria. Tuttavia il ripensamento di Pio IX, quando già i volontari erano in zona di operazione, gettava un po’ tutti nello sconforto. Il Sabbatini si ritrovò a Vicenza, sottoposta ad un durissimo bombardamento il 10 maggio. I volontari furono costretti a concordare l’evacuazione con gli Austriaci. Intanto nella nostra regione erano passati e ripassati i Napoletani del generale Pepe, anch’essi richiamati indietro dal re Borbone. L’insoddisfazione per l’atteggiamento del Papa esplodeva in aperta rivolta, costringendo Pio IX alla fuga del 25 novembre nella piazzaforte di Gaeta. Il 29 dicembre a Roma si costituiva un governo provvisorio, seguito nel gennaio 1849 dalla nomina dei rappresentanti per la Costituente Romana, che, dichiarato decaduto il potere pontificio, il 29 marzo proclamava la Repubblica Romana, e il triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi. Tra i rappresentanti della provincia di Ancona alla Costituente c’era anche il nostro Sabbatici. Altrove però la confusa situazione si rifletteva con l’esplosione di fenomeni di estremismo, spesso confinanti in veri e propri fatti delinquenziali. Nelle Marche si erano costituite svariate associazioni di malfattori, che, dandosi una pseudo copertura politica, non esitavano a compiere odiosi delitti. Le loro denominazioni apparivano tutto un programma: la “Lega Sanguinaria” a Jesi, gli “Accoltellatori” in Ancona, la “Compagnia degli Ammazzarelli” a Senigallia, a somiglianza di analoghe bande operanti nella Romagna e in altre province dello Stato. A tale disordine cercava d’opporsi la cosiddetta Guardia Civica, che in periodo di repubblica si definì anche Guardia Nazionale. Il 5 febbraio 1849 il colonnello Monti, del Comando del Battaglione Civico del Circondario di Montemarciano ( le cariche degli ufficiali erano elettive), invitava il priore a fornire, “con la maggiore possibile sollecitudine”, il ruolo matricola del comune di Montemarciano, “…volendo pure far apporre al lato dei nomi degli iscritti un segno convenzionale, per distinguere la parrocchia cui appartengono…”. Non conosciamo il risultato pratico di tale ordine, ma sull’efficienza della “Civica” non c’era molto da fidarsi. Al battaglione della Guardia Nazionale in Ancona, col grado di capitano, risultò in organico e poi dimesso anche Pacifico Sabbatini. L’intervento del corpo di spedizione austriaco del generale conte Wippffen, forte di circa undicimila uomini, provocava la resa d’Ancona , invano difesa dal colonnello Zambeccari dal 25 maggio al 19 giugno 1849. Caduta anche Roma, gli austriaci, pur avendo restaurato il governo pontificio, continuarono ad esercitare lo stato d’assedio fino al 1857, obbligando i comuni ad una tassa del 2% sul reddito imponibile per il mantenimento delle truppe. La repressione fu particolarmente dura, e numerosi processi celebrati nel 1852 si conclusero con forti condanne e svariate fucilazioni…”.
Tratto dal volume “Montemarciano Territorio e comunità tra alto Medioevo e XIX secolo” di Danilo Ripanti , edito dal Comune di Montemarciano; per gentile concessione dell’autore.
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