Biografia
da
G. MONSAGRATI, Mazzini, Giunti Lisciani Ed., Firenze 1994
Nato a Genova il 22 giugno 1805 da Giacomo, professore della locale
facoltà di medicina, e da Maria Drago, Giuseppe Mazzini crebbe in
una città che, dopo avere sperimentato la dominazione francese, era
stata annessa con tutto il territorio della Repubblica Ligure al
Piemonte. I suoi primi anni di vita, segnati da una condizione
fisica abbastanza delicata, furono particolarmente ricchi di
stimoli, sia per l’azione educatrice della madre sia per l’opera di
alcuni istitutori: il piccolo Pippo, come lo si sarebbe
chiamato da allora in poi, venne su sviluppando una grande
sensibilità interiore e si rivelò presto dotato di un’acuta
intelligenza e di una già notevole tempra morale, qualità, queste,
che più tardi i primi biografi avrebbero esemplificato con una serie
di aneddoti tutti tesi quasi a fare emergere profeticamente il
destino di apostolo della democrazia e dell’iniziativa popolare che
sin dall’infanzia si era venuto preparando per lui.
Al termine di una tranquilla adolescenza di studi e di letture,
Mazzini si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo
genovese. Nel 1827 si laureò regolarmente, ma intanto,
parallelamente alla conoscenza dei codici, aveva portato avanti con
passione tutta romantica lo studio della letteratura, intesa
soprattutto come testimonianza di vita civile e come specchio della
condizione morale di un popolo. Veniva così abbozzandosi nelle sue
prime riflessioni la critica dell’Europa uscita dalla Restaurazione,
e si delineava con sempre maggior precisione l’idea di un riscatto
della patria italiana mortificata in una condizione di inarrestabile
decadenza alla cui origine stava la storica divisione territoriale
della penisola. Entrato così in una dimensione politica, Mazzini
cominciò a dare sfogo alla sua ansia di fare qualcosa di concreto
per il paese, affiliandosi alla Carboneria genovese; e prese
talmente sul serio questa sua militanza nella società segreta da
segnalarsi presto come uno degli elementi più solerti nella
diffusione della rete settaria e nel reclutamento di altri giovani:
lo favorivano, in questo, i rapporti che aveva conservato con le
numerose amicizie dei suoi anni universitari.
Giornalista e cospiratore
Tra il 1828 e il 1830 Mazzini intensificò sia l’attività di
giornalista (aveva fatto le prime prove nel 1826 e ora collaborava
all’«Indicatore Genovese» e quindi all’«Indicatore Livornese»), sia
quella cospiratoria. Gli accadde, però, che dopo un viaggio in
Toscana finisse nella trappola tesagli dalla polizia genovese, la
quale lo sorprese mentre procedeva all’affiliazione di un neofita
che era in realtà un provocatore: arrestato e incarcerato a Savona
il 13 novembre 1830, spese i due anni e mezzo che durò la sua
detenzione a meditare sui limiti di un’esperienza come quella appena
fatta e sulla necessità di superarla, rinnovando i programmi e
rendendo più chiari gli obiettivi.
Quando il 28 gennaio 1831 lo prosciolsero per mancanza di indizi,
preferì l’esilio al confino in un paesino sperduto del Piemonte e se
ne andò in Francia, convinto che presto sarebbe tornato in Italia
sulla scia di una rivoluzione vittoriosa.
La rivoluzione ci fu, ed ebbe come teatro principale l’Italia
centrale, ma fu presto domata. Per Mazzini questo insuccesso era una
prova ulteriore della debolezza della Carboneria e della
ristrettezza dei suoi metodi e delle sue vedute: perciò, nel fondare
a Marsiglia la Giovine Italia (luglio 1831), considerò
basilare per il futuro di questa nuova società la trasparenza dei
princìpi e dei programmi che sintetizzò in una formula (creare la
nazione italiana «una, indipendente, libera e repubblicana») che non
lasciava spazio ad equivoci di sorta. Anche per questo motivo la sua
organizzazione si diffuse fulmineamente sia tra gli esuli italiani
in Francia, sia in quelle zone della penisola dove più forte era
l’insofferenza per la presenza straniera o per il dispotismo dei
sovrani. Ma i primi tentativi insurrezionali promossi dalla
Giovine Italia, a Genova nel 1833 come in Savoia nel 1834,
andarono completamente falliti, lasciando dietro di sé uno strascico
tragico di persecuzioni, processi ed esecuzioni capitali.
Costretto a cercare rifugio in Svizzera, Mazzini pensò allora di
imprimere un colpo d’acceleratore all’organizzazione rivoluzionaria,
contrapponendo alla Santa Alleanza dei Re la Santa Alleanza dei
popoli: nacque così a Berna, nel 1834, la Giovine Europa, il
cui scopo principale era quello di raggruppare in un organismo unico
le forze rivoluzionarie di tutti i paesi che, come l’Italia,
aspiravano alla libertà. Questa prospettiva, però, pur vedendo
Mazzini impegnatissimo sul piano teorico (sono di questi anni alcuni
dei sui scritti di maggior rilievo e di più compiuto contenuto
ideologico), sul piano concreto produsse ben pochi risultati e anzi
suscitò l’allarme nelle Potenze reazionarie che incrementarono la
sorveglianza su una cospirazione che minacciava di assumere
dimensioni e caratteristiche internazionali. Espulso dalla Svizzera,
all’inizio del 1837 Mazzini si stabiliva a Londra.
La ripresa del lavoro politico fu lentissima e travagliata da
problemi che toccavano anche il piano personale. Si dovette
attendere il 1840 perché la Giovine Italia si riorganizzasse
avendo di mira, però, più che la preparazione di rivolte destinate
puntualmente a fallire, l’educazione degli italiani ai valori
patriottici e la tutela morale e materiale di quanti erano stati
costretti a partire per l’esilio. Per qualche anno i giornali
(l’«Apostolato Popolare», ad esempio) e le attività educative (la
Scuola italiana di Londra per i bambini poveri) assorbirono Mazzini,
distogliendolo almeno in parte dal compito che un tempo aveva
considerato primario: l’organizzazione dell’insurrezione. Poi gli
avvenimenti del 1848 lo rituffarono nella politica vissuta in prima
persona, riportandolo in Italia dopo una sosta a Parigi, dove ai
primi di marzo 1848 aveva costituito l’Associazione Nazionale
Italiana in cui erano confluiti esponenti delle più varie sfumature
del liberalismo italiano. Presente a Milano nei mesi successivi
all’insurrezione delle Cinque Giornate, Mazzini tenne una difficile
posizione intermedia tra i democratici più avanzati, fautori di una
soluzione repubblicana, e i sostenitori dell’alleanza con il
Piemonte monarchico. Ad agosto, ritornati gli Austriaci, riparò in
Svizzera, sforzandosi di creare da lontano le condizioni per un
rilancio della lotta armata che avesse a protagonista il popolo e
non più le forze moderate.
L’anno dopo era a Roma, alla testa, dal marzo 1849, di quel
triumvirato che resse le sorti della Repubblica Romana, guidò la
resistenza all’invasione degli eserciti alleati spediti a rimettere
il papa sul trono e animò la difesa della città contro gli assalti
del corpo di spedizione francese. Dopo la resa della città (3 luglio
1849), Mazzini riprese la via dell’esilio ma non desistette affatto
dai suoi progetti politici, che anzi rilanciò in grande stile con la
creazione di una nuova struttura plurinazionale, il Comitato
Centrale Democratico Europeo, concepito (1850) per coordinare le
lotte delle avanguardie rivoluzionarie delle nazionalità oppresse e
preparare così i popoli alla vittoria contro il dispotismo.
In pochi mesi Mazzini diede seguito a tali premesse, diffondendo
appelli e proclami, cercando la solidarietà dell’opinione pubblica
occidentale, organizzando in Italia la raccolta dei fondi necessari
per finanziare i nuovi progetti. Ma il moto insurrezionale del 6
febbraio 1853 a Milano con il suo esito disastroso fu un colpo
durissimo per l’intero movimento mazziniano che rimase paralizzato a
lungo e per di più dovette subire la diaspora di alcuni dei suoi
esponenti più illustri verso altre formazioni politiche. Questa fase
di riflusso visse poi un altro dei suoi momenti più critici con il
fallimento dei moti dell’estate del 1857 e con la tragica
conclusione della spedizione di Sapri in cui perse la vita, tra gli
altri, Carlo Pisacane.
Da protagonista a spettatore
Dal complesso di queste vicende e dal contemporaneo profilarsi delle
ipotesi moderate per la soluzione del problema nazionale si ricavò
la sensazione di un declino lento ma costante del movimento
repubblicano e di una perdita di peso politico da parte del suo capo
riconosciuto. Gli anni 1859-60, che portarono il paese
all’unificazione sotto l’egida della monarchia piemontese, ebbero in
Mazzini più uno spettatore passivo che un protagonista. Non per
questo egli rallentò il suo impegno che fu soprattutto di stimolo ad
una piena attuazione del processo unitario contro tutti i
condizionamenti della situazione internazionale e contro le
preoccupazioni del ceto dirigente liberal-moderato che, impersonato
principalmente dal conte di Cavour, aveva nel frattempo preso in
mano le redini del movimento nazionale.
La distanza di Mazzini dalle istituzioni si approfondì nel primo
decennio di vita del Regno d’Italia, quando la sua figura assurse
definitivamente al ruolo di coscienza critica di una esperienza di
liberazione che era rimasta in sospeso (il Veneto e Roma non erano
ancora stati liberati) e di una prassi politica che aveva privato la
gran parte della popolazione della possibilità di esprimersi sul
tipo di istituzioni da dare alla nuova Italia, con la conseguenza di
una profonda spaccatura tra il Parlamento e i cittadini, nonché di
una perdita di rappresentatività del primo rispetto ai secondi.
Perciò in questa fase la sua predicazione si rivolse principalmente
ai ceti operai, possibili interpreti di una vita nazionale fatta di
moralità, laboriosità e dedizione sincera alla patria.
Nacquero allora, sotto il suo impulso, le prime società operaie; il
loro segno distintivo erano, assieme alla tutela degli interessi dei
lavoratori e al richiamo costante alla loro emancipazione,
l’attenzione per la situazione interna del paese e il desiderio di
contribuire al suo progresso con una presenza non marginale nella
vita nazionale. La propaganda repubblicana di Mazzini trovava
alimento nelle brutture della monarchia e nelle scelte che, legando
Vittorio Emanuele II alla Francia, lo inducevano a diffidare
dell’iniziativa popolare e nello stesso tempo a cercare di piegarla
ai propri fini. Furono soprattutto le modalità della liberazione del
Veneto – ottenuto nel 1866 in seguito ad una guerra combattuta a
fianco della Prussia bismarckiana – a spingere Mazzini a mettere in
piedi una nuova struttura rivoluzionaria, l’Alleanza Repubblicana
Universale, in vista di una liberazione di Roma che, se tolta di
mano alla monarchia, avrebbe rappresentato l’ultima occasione per
l’applicazione del principio di nazionalità come fattore di
autorigenerazione collettiva.
Da qui presero le mosse gli ultimi piani insurrezionali mazziniani
che ebbero infelice attuazione nella primavera del 1870. Lui stesso
l’11 agosto di quell’anno partiva per la Sicilia, sperando che
potessero avervi buon esito i preparativi di un moto popolare cui da
tempo stava lavorando con i più fidati dei suoi seguaci. Arrestato
al momento dello sbarco a Palermo, fu rinchiuso nel carcere di
Gaeta: qui seppe dell’entrata delle truppe italiane in Roma (20
settembre 1870) e della caduta dell’ultima delle sue illusioni.
Liberato il 14 ottobre per amnistia, risalì affranto la penisola e,
dopo un breve soggiorno in Svizzera, fece ritorno a Londra.
Gli restava da combattere ancora una battaglia a difesa
dell’integrità morale di un movimento operaio che gli appariva non
immune dai germi del socialismo, divenuti particolarmente contagiosi
dopo le vicende della Comune di Parigi della primavera del 1871.
Profuse dunque le energie che gli rimanevano negli articoli scritti
per il suo ultimo periodico, la «Roma del Popolo», da dove polemizzò
aspramente con la visione marxista della società, fondata sul
materialismo, la lotta di classe e la proprietà collettiva dei mezzi
di produzione. Nel novembre del 1871 promosse il «Patto di
fratellanza» delle società operaie italiane che propugnava il
principio dell’associazione e della fratellanza tra tutte le classi.
All’inizio del 1872 Mazzini, da tempo malato, giungeva in incognito
a Pisa per prendere alloggio nella casa dei Nathan Rosselli. Presto
la sua salute declinò inesorabilmente, rendendo vana la speranza di
una guarigione: la morte lo coglieva il 10 marzo 1872 nel lettino di
ferro dove giaceva da alcuni giorni avvolto nello stesso scialle che
qualche anno prima aveva coperto il corpo agonizzante di Carlo
Cattaneo.
Cronologia
1805 - Giuseppe Mazzini nasce il 22 giugno a Genova da Giacomo e da
Maria Drago.
1819 - dal novembre segue i corsi della facoltà di filosofia e,
conseguito il diploma di magistero, è ammesso all’università dove si
iscrive (novembre 1822) a Legge.
1827 - il 6 aprile si laurea in diritto canonico e civile (ma non
eserciterà mai l’avvocatura). Allo stesso periodo risale la sua
affiliazione alla Carboneria genovese.
1828-1829 - collabora con alcuni articoli all’«Indicatore genovese»
e all’«Indicatore Livornese».
1830 - viaggia in Toscana per reclutare adepti alla Carboneria;
compie affiliazioni anche tra i lombardi ed è promosso Maestro
dell’ordine, ma, arrestato il 13 novembre in seguito ad una
provocazione poliziesca, viene rinchiuso nel carcere di Savona.
1831 - prosciolto per mancanza di prove il 28 gennaio, subisce
tuttavia una misura punitiva che lo obbliga a scegliere tra l’esilio
e il confino; preferisce l’esilio e il 10 febbraio si rifugia a
Ginevra, da dove passa subito a Lione e quindi a Marsiglia; qui
fonda, nell’estate, la Giovine Italia.
1832 - a marzo pubblica a Marsiglia il primo fascicolo della
«Giovine Italia»; a luglio, in seguito alla scoperta a Genova di un
plico contenente alcuni esemplari della rivista e al successivo
intervento del governo sardo, riceve un decreto di sfratto dalla
Francia: si nasconde allora nella casa di un democratico di
Marsiglia.
1833 - è l’anno dei processi politici piemontesi con cui si cerca
di troncare sul nascere la diffusione della Giovine Italia
nell’esercito; il 26 ottobre Mazzini è condannato a morte in
contumacia: quattro mesi prima, il 19 giugno, si era suicidato in
carcere Jacopo Ruffini.
1834 - fallita, il 2 febbraio, la spedizione di Savoia, si rifugia
in Svizzera, e a Berna, il 15 aprile, sottoscrive l’Atto di
fratellanza che dà vita alla Giovine Europa.
1836 - arrestato a Soletta il 28 maggio, viene poco dopo espulso
dalla Svizzera; ripara in Francia, ma il 5 luglio viene fermato a
Parigi e costretto a lasciare il paese per l’Inghilterra: riesce
però a far perdere le proprie tracce e a tornare clandestinamente in
Svizzera, dove tuttavia non può nulla contro un nuovo decreto di
espulsione.
1837 - il 12 gennaio giunge a Londra e vi si stabilisce.
1840 - il 30 aprile dirama la circolare che annunzia la
ricostituzione della Giovine Italia; il 10 novembre esce il
primo numero dell’«Apostolato popolare».
1841 - fonda a novembre la Scuola italiana gratuita per i bambini
poveri.
1847 - l’8 settembre firma la lettera a Pio IX.
1848 - a Parigi, il 12 marzo, pubblica in foglio volante il
programma dell’Associazione Nazionale Italiana, fondata
il 5 marzo; il 7 aprile arriva a Milano dove, dopo la fusione della
Lombardia con il Piemonte, pubblica a partire dal 20 maggio il
quotidiano «L’Italia del Popolo». Alla vigilia del ritorno degli
austriaci si mette in viaggio per la Svizzera dove arriva l’8 agosto
e dove si trattiene per tutto il resto dell’anno. Il 13 dicembre
perde il padre.
1849 - nei primi giorni dell’anno riprende la via dell’Italia e a
febbraio giunge a Livorno da Marsiglia; chiamato a Roma dalla
Toscana, dopo che il 18 febbraio era stato eletto alla Costituente
romana, entra in città il 5 marzo; il 29 marzo è nominato triumviro;
il 12 luglio, una settimana dopo la fine dell’assedio, riparte per
l’esilio, rifugiandosi prima a Marsiglia, poi in Svizzera; a Losanna
fonda il periodico «L’Italia del Popolo».
1850 - ritornato nella clandestinità, si sposta di continuo dalla
Svizzera alla Francia (maggio), dall’Inghilterra (luglio) alla
Svizzera; a luglio pubblica a Parigi il manifesto programmatico del
Comitato Centrale Democratico Europeo; a settembre
costituisce il Comitato Nazionale Italiano e comincia a
lavorare al lancio del Prestito Nazionale.
1851 - ritorna a Londra (gennaio) e vi fonda la Società degli
Amici d’Italia.
1852 - il 9 agosto muore a Genova la madre Maria Drago.
1853 - segue dalla Svizzera l’esito fallimentare del moto milanese
del 6 febbraio; subito dopo rientra in Inghilterra.
1856 - tornato di nascosto a Genova, vi si trattiene da maggio e
novembre per preparare un’insurrezione da fare scoppiare in
coincidenza con il tentativo di C. Pisacane in Italia meridionale.
1857 - di nuovo a Genova da maggio a luglio, vede fallire il
progetto d’insurrezione e riesce a sottrarsi alle successive
ricerche.
1858 - fonda a Londra la rivista «Pensiero ed Azione»; il 28 marzo i
giudici piemontesi lo condannano a morte in contumacia per la
tentata insurrezione genovese dell’anno precedente.
1859 - commenta con lunghi articoli di giornale l’andamento della
guerra dei franco-piemontesi contro l’Austria; ad agosto si reca a
Firenze, poi va a Lugano.
1860 - continui spostamenti dall’Inghilterra alla Svizzera
all’Italia; arriva a Genova subito dopo la partenza di Garibaldi per
la Sicilia; a settembre è a Napoli e qui, il 12 ottobre, è oggetto
di una manifestazione di ostilità da parte di chi vuole l’annessione
immediata del Sud. Prima che l’anno si concluda è di nuovo a Londra.
1861 - a dicembre l’editore Daelli di Milano pubblica il primo
volume degli Scritti editi ed inediti di G. Mazzini.
1864 - deve difendersi dall’accusa di avere organizzato un complotto
contro la vita dell’imperatore dei Francesi; intanto lavora ad un
accordo con Vittorio Emanuele II per la liberazione del Veneto.
Fonda la Falange Sacra.
1865 - risponde al polemico distacco di F. Crispi dal movimento
repubblicano.
1866 - il 22 marzo la Camera dei Deputati annulla la sua elezione
nel collegio di Messina; nuovo annullamento il 18 maggio; a
settembre lancia il programma dell’Alleanza Repubblicana
Universale.
1867 - un’amnistia lo mette in condizione di essere di nuovo eletto
alla Camera, ma stavolta è lui a rifiutare la nomina (7 febbraio).
1869 - periodi di continui viaggi tra l’Inghilterra e la Svizzera; a
Lugano vede spesso C. Cattaneo che saluta il 2 febbraio, poco prima
che il federalista lombardo muoia.
1870 - altri viaggi tra la Svizzera e l’Italia per la ripresa
dell’attività insurrezionale: partito per la Sicilia, è arrestato
appena sbarcato a Palermo e trasferito il 14 agosto nel carcere
militare di Gaeta. Liberato il 14 ottobre in seguito ad amnistia,
attraversa tutta l’Italia, passa a Lugano e di qui torna a Londra.
1871 - polemiche contro la Comune; a novembre Patto di fratellanza
delle Società operaie italiane.
1872 - si spegne a Pisa il 10 marzo.
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